Norvegia: il più grande laboratorio al mondo per la cattura della CO2

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A 300 metri di profondità nel mare di Barents, oltre il circolo polare artico, si trova uno dei più vasti giacimenti di gas del mondo. Da qui si estraggono ogni giorno centinaia di metri cubi di gas naturale da una ventina di pozzi, con un tubo lungo 150 chilometri, in cui corrono anche i cavi di alimentazione degli impianti di estrazione e la fibra ottica necessaria per il telecontrollo; gas naturale che viene trasferito fino a Melkøya, un’isoletta collegata alla terraferma, mischiato all’acqua di mare e all’anidride carbonica, che inevitabilmente si forma in tutti i giacimenti d’idrocarburi. Melkøya ospita il primo impianto di liquefazione di gas naturale d’Europa, che costituisce una struttura all’avanguardia: la Norvegia è il quinto Paese esportatore di petrolio e il terzo esportatore di gas al mondo. Il 20% del suo Pil viene dagli idrocarburi e questa quota crescerà con lo sfruttamento dei giacimenti artici. Un’altro primato del sito è legato al fatto che è anche il più virtuoso quanto a indici di sostenibilità. Melkøya è infatti un esempio di quello che viene definito sviluppo sostenibile: l’anidride carbonica, che deve essere eliminata nel processo di depurazione del gas naturale, non viene liberata in atmosfera come nella stragrande maggioranza dei giacimenti di idrocarburi, ma è catturata e sequestrata nel sottosuolo, a 2.600 metri sotto il fondo del mare, in quantità davvero significative: oltre 700mila tonnellate di anidride carbonica all’anno. Solo otto impianti industriali al mondo, di cui tre gestiti da Statoil, praticano il sequestro dell’anidride carbonica. La funzione di apripista in questa tecnologia ha finito per aggregare attorno alla compagnia norvegese tutti i migliori impiantisti, attratti dalla prospettiva di arrivare primi in un business nascente. L’inaugurazione in maggio del Technology Center Mongstad, vicino a Bergen, ha segnato un altro importante passo avanti nell’impegno della Norvegia su questo fronte: il centro, una joint venture da un miliardo di dollari che vede come protagonisti Statoil (la più grande società norvegese di petrolio), Shell (anglo-olandese) e Sasol (sudafricana) oltre allo Stato norvegese, sperimenterà per la prima volta su scala industriale i due principali metodi di sequestro dell’anidride carbonica sui fumi di scarico di una raffineria e di una centrale elettrica a gas. Le due tecnologie, di cui sono proprietarie Alstom e Aker, dovrebbero essere in grado di catturarne il 90% e non sono mai state applicate su larga scala.

 

 

La cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) che molti auspicano possa contribuire in modo significativo ad affrontare il problema legato al cambiamento climatico deve poter essere sviluppano e diffuso su larga scala: per scagionare i rischi ambientali, secondo alcuni esperti, le emissioni di anidride carbonica devono essere dimezzate entro il 2050. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, l’organismo intergovernativo più autorevole in materia, la CCS potrebbe contribuire per circa un quinto a tale riduzione. Per fare questo, l’agenzia stima necessaria la costruzione di almeno 100 impianti di cattura per il 2020 e 3.000 entro il 2050. Il che è un problema, perché al momento appunto sono solo otto, nessuno dei quali è collegato a centrali termoelettriche. E’ pur vero che altri 28, soprattutto in Nord America, sono in costruzione o in fase avanzata di progettazione, ma alcuni rischiano di essere annullati, come è già avvenuto nel maggio scorso per un progetto ad Alberta, rendendo difficile tale obiettivo. Dal 1996, ad esempio, Statoil, ha catturato e immagazzinato le emissioni di anidride carbonica prodotte nell’estrazione di gas dal giacimento Sleipner nel Mare del Nord, ma il processo consuma molta energia, da qui la necessità di effettuare esperimenti come quelli di Mongstad: per cercare di migliorare e rendere l’attività più sostenibile. Le tecnologie di cattura più comuni riguardano il trattamento attraverso una soluzione di carbonato di ammonio o ammine che reagiscono con l’anidride carbonica per formare le sostanze chimiche solubili chiamate carbammati e bicarbonati. Il residuo della cattura (principalmente azoto) può essere scaricata in modo sicuro in l’atmosfera e la soluzione ricca di carbonio viene trattata separatamente per rilasciare l’anidride carbonica, che viene convogliata allo stoccaggio, mentre le ammine e i carbonati di ammonio sono riciclati. Il problema risiede nel fatto che, tali tecnologie, se applicate a una tradizionale centrale elettrica, potrebbero richiedere un quarto dell’energia totale prodotta. Secondo Howard Herzog, un ingegnere chimico presso il Massachusetts Institute of Technology, che ha fatto un approfondito studio della questione, il costo della cattura sarebbe compreso tra i $50 e $100 per tonnellata di carbonio immagazzinata. Dell’anidride carbonica potrebbe però essere venduta a società petrolifere per l’iniezione nei pozzi parzialmente impoveriti, al fine di pressurizzare il petrolio da estrarre recuperando fino a un massimo di $40 a tonnellata. Ma molta dell’anidride carbonica non sarà prodotta vicino a pozzi di petrolio del genere e, in ogni caso, il prezzo potrebbe comunque crollare se le tecnologie CCS fossero largamente diffuse. In un modo o nell’altro, quindi, la tecnologia dovrà essere sovvenzionata e, malgrado le corse tecnologiche e l’accesso interesse verso la CCS negli anni 2000 molti progetti non sono decollati e molti hanno perso la fiducia e l’impegno dei governo per il loro sostegno anche perché i costi si sono spesso rivelati superiori alle previsioni. Carboammine e ammonio non sono gli unici metodi, ma sono quelli più versatili e permetteranno di testare la cattura nei due impianti di Mongstad, che avranno una capacità totale di 80000 tonnellate di carbonio l’anno e permetteranno di sperimentare catture a diverse concentrazioni (dal 3,5% al 14%).

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