E’ davvero lo shale gas l’El Dorado europeo?

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Dopo i diversi incontri organizzati dalla Commissione , le consultazioni avvenute per fissare i primi obiettivi necessari per affrontare il tema delle potenzialità e delle sfide ambientali che riguardano lo sviluppo dei combustibili fossili non convenzionali, il summit del 22 Maggio scorso ha decretato il definitivo impegno dell’Ue nell’affrontare la sfida dello shale-gas. Come una strana coincidenza, proprio in quei giorni due compagnie Nord Americane hanno deciso di abbandonare i loro progetti di esplorazione in Polonia, lamentando l’eccessiva profondità dei siti, quindi la complessità tecnica e potenzialmente diseconomica dei siti; hanno pertanto deciso di spostarsi nel Sud-Est Asiatico, lasciando in Polonia tuttavia altri protagonisti, tra cui Chevron e Total. A ciò si aggiunge la riluttanza degli Stati Uniti ad esortare i partner Europei a seguire i loro passi e investire in larga scala nel settore shale gas e shale oil. Inoltre l’America intende esportare le sue già ingenti produzioni di shale gas e l’Europa è considerato il mercato più ambito, cosa che farebbe pensare ad un accordo per commerciale che rimodellerebbe l’assetto geopolitico, indebolendo significativamente i paesi del Medio Oriente e la Russia. Polonia, Romania e Bulgaria, paesi storicamente fortemente dipendenti dalla Russia sono tra i primi interessati all’esplorazione per la produzione di shale gas. Sono molti tuttavia i temi irrisolti in Europa riguardo lo sfruttamento di questa risorsa, in particolare vi sono le questioni relative alla diffusione di prodotti chimici (molti dei quali cancerogeni), alla mancanza di pianificazione strategica, all’insufficiente monitoraggio di base, fino a questioni riguardanti le condizioni geologiche e la sicurezza dei siti. Il fatto che l’interesse Statunitense alla esportazione dello shale gas sia evidentemente connesso ad un surplus produttivo ha portato ad affermazioni anche molto ottimistiche negli ambienti europei, per cui l’avvento dello shale gas è stato interpretata come uno straordinaria opportunità tecnico economica e che sarebbe stato accompagnato da un naturale decremento dei prezzi. Alcuni membri della Commissione europea hanno invece recentemente versato acqua fredda su affermazioni del genere e, per quanto riconoscano che i combustibili fossili non convenzionali stanno guadagnando posizioni nell’agenda politica europea, con la Polonia appunto a fare da traino, (e con un costo dell’energia circa doppio in Europa rispetto agli Stati Uniti), ma che non ci siano ancora le basi per una sua diffusione. Non è stata redatta una legislazione adeguata, l’opinione pubblica è ancora fortemente contraria (vedi Figura 1) e gli effetti di una possibile futura produzione di gas di scisto europeo sui prezzi dell’energia nell’UE devono ancora essere accertati. Secondo alcuni Commissari infatti il reale vantaggio della produzione da scisti verrebbe soprattutto in termini di diversificazione del mix energetico, limitando la dipendenza dalle importazioni, anche se pure le stime più ottimistiche sulle riserve europee rendono impensabile un’emancipazione completa.

Figura 1. Risultati consultazione pubblica della Commissione Europea (fonte: EU Commission).

Figura 1. Risultati consultazione pubblica della Commissione Europea (fonte: EU Commission).

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